
Una frase che diciamo dopo una conversazione difficile, dopo una reazione inaspettata o quando ci rendiamo conto che ciò che è arrivato all’altro è diverso da ciò che pensavamo di aver trasmesso.
Ci piace credere che le persone ascoltino quello che vogliamo dire o ci piace il fatto che abbiamo trasmesso il messaggio “sottile” in una forma neutrale, magari anche con un accenno positivo.
Sento la tensione. Sento l’esitazione. Sento la difesa. Sento la giustizia. Sento la paura. A volte è più chiaro di quanto possa sentire le parole stesse.
Il linguaggio è una cosa curiosa e complessa. Lo usiamo per comunicare con gli altri, ma senza rendercene conto, come questo ci inserisce noi stessi… nel modo in cui relazioniamo al conflitto, alla vulnerabilità, al potere, all’ostacolo… in una necessità summenzionata di avere ragione o di essere compresi.
A volte è il rimpianto di vedere l’effetto delle proprie parole. Altre volte è la paura di perdere l’approvazione dell’altro. A volte è una giustificazione. Altre volte è un tentativo sottile di recuperare il controllo sul senso di una conversazione che aveva preso una direzione che non avessimo previsto.
Una ferita. Una rabbia. Una vulnerabilità. Una necessità di validazione, una paura che non eravamo pronti a riconoscere nemmeno nei confronti di noi stessi. Diventa quindi difficile assumersi anche la parte di noi che le ha generato.
Nel modo in cui giudichiamo si vede qualcosa delle nostre lotte personali. Nel modo in cui sosteniamo qualcosa si vede qualcosa della nostra capacità di sostenere noi stessi. E nel modo in cui feriamo qualcuno si vedono, a volte, i punti in cui ancora ci fa male.
Era la paura?
Era la vergogna?
Era la necessità di controllo?
Era la voglia di essere visti?
Era la necessità di proteggere qualcosa di fragile?
Le parole non ci tradiscono. Ci rivelano.